Choosy per ferie

Scritto da Zazzà Mercoledì 24 Ottobre 2012 19:00
Choosey lover
Girl, I'm so proud of you
I'm so glad you chose me, baby (Baby)
And I'll make you so happy
Choosy Lover, Isley Brothers

 

Elsa ForneroGentile signora Fornero

Faccio seguito alla sua ultima dichiarazione,  ultima solo cronologicamente di una lunga serie di florilegi partoriti dalle brillanti menti di una classe politica che dovrebbe riscoprire il valore del silenzio.
Avrei potuto prendermela con uno qualsiasi degli esponenti del suo mondo, ma purtroppo l'ultima cazzata in ordine di tempo l'ha detta lei.

La sua brillante espressione anglosassone è semplicemente grottesca se paragonata alla ruvida e popolare realtà del mondo del lavoro. Da una parte la sua realtà accademica e salottiera che parla per proverbi e per pregiudizi. Dall'altra la nostra, noi "giovani d'oggi", noi che "non siamo più quelli di una volta", noi "mammoni, bamboccioni e choosy"... "schizzinosi".

Ebbene, signora, è chiaro che lei non lo sa, ma qui si sopravvive. Vivendo nella giungla giuslavorista che anche lei ha contribuito a creare (ma si consoli, il suo non è che uno dei tanti apporti all'attuale sfacelo), è il caso di dire che "ho visto cose che lei non potrebbe immaginarsi".
Ho visto ragazzi troppo poco flexible fare anche tre lavori per rimediare un terzo di uno stipendio normale. Ho visto ragazzi troppo babyish andare a vivere da soli e poi tornare a casa con le pive nel sacco perché i soldi non bastavano per pagare l'affitto. Ho visto ragazzi troppo classy dover scegliere se pagare la bolletta della luce scaduta e digiunare, oppure cenare a lume di candela. E, sì, ho visto anche ragazzi troppo choosy che lavorano 15 ore al giorno in un posto c.d. di prestigio (per noi comuni mortali lavoro di prestigio=lavoro gratis) per poi vedersi scalzare da una figlia di qualcuno, che essendo per niente schizzinosa si accontenta di fare il professore associato e contemporaneamente il responsabile della ricerca di una grossa fondazione.

Di fronte a questo, signora, le sue parole, così come tante altre balorde espressioni dei suoi colleghi, non rappresentano solo delle sparate fatte tanto per dare aria alla bocca in un attimo di siesta dei neuroni.
Di fronte a questo le sue parole sono un insulto, un'offesa gratuita, nonché il lampante sintomo di quanto la sua classe sia totalmente svincolata dalla realtà; di quanto la sua gente si trovi a tante miglia di distanza dal mondo reale; di quanto sia arroccato nella sua Versailles un Ministro che risponde a chi reclama il pane "Che mangino le brioches!". Lei si ostina a parlare di cosa che non sa, che conosce per sentito dire, sceglie la conclusione più breve e più comoda e non si astiene dal renderci partecipe delle sue brillanti intuizioni: "E' chiaro che se sono morti di fame è perché se lo sono scelto!". Eh già, perché la ricchezza ed il successo ognuno se li costruisce da soli e non sono diritti ereditari, vero Signorina Deaglio?

Adesso, signora Fornero, comincia ad intuire perché dovunque vada viene sommersa di fischi?
Bene, magari per il futuro cerchi di non prendere iniziative, non dico di usare il cervello, ma almeno di usare la professionalità del manipolo di addetti all'ufficio stampa, segretari, ghost writer che sicuramente si affaticano a scriverle dei discorsi logici capaci di offuscare le sue reali opinioni, perché le sue opinioni non sono solo sconvenienti ma, mi permetta, enormemente idiote.

Per niente cordiali saluti
Una molto choosy (e anche abbastanza angry)


 

Al cinema con la riduzione: Reality

Scritto da Zazzà Giovedì 11 Ottobre 2012 01:30
Perché ancora io ci credo e mi incazzo ve lo giuro
Che Posillipo e Toledo li divide un vecchio muro
Come quello di Berlino che ci spacca in due metà
Uno è figlio 'e bucchin l'altro è figlio di papà
("Se io fossi San Gennaro", Federico Salvatore)
 
 
Kitsch come una statuetta di Capodimonte. Pacchiano come una lampada a forma di gondola veneziana. Trash come un comò di Concetta mobili. Barocco, esagerato, esplosivo. Bene, tutto questo in Campania è realtà.
 
Il film incomincia con un classico matrimonio in stile campano: gli sposi, giunti in carrozza con cavalli bianchi pennacchio-dotati, attorniati da paggetti e damine vestiti come alla corte dei Borbone, con tanto di parrucche incipriate e sottogonna inamidati, in un tripudio di petali di rosa, tagliano il nastro di raso e liberano uno stormo di colombe da cesti a forma di cuore, con sottofondo di musica neomelodica e balli di gruppo, foto con i parenti intorno alla piscina ed animazione bimbi, abiti di strass e inevitabili teatrini degli zii con velleità artistiche.
Quello che ad un nordico abituato ad uno spartano minimalismo potrà sembrare un quadretto dai toni un po' troppo caricati, ma tutto sommato in linea con il complesso del film, per un mortodifame del Sud è puro neorealismo.
 
Ebbene, il film oscilla costantemente tra un iperrealismo alla Gomorra ed i toni, a me ben più graditi, della commedia nera e del sarcasmo. Così come oscilla tra i due mondi, quello luccicante, lontano, luminoso della Casa (con la C maiuscola) del Grande Fratello, in cui il protagonista Luciano anela ad entrare da concorrente, e quello fatiscente, chiassoso, popolare della casa (con la c minuscola) in cui egli vive.
 
La stessa casa che, anche dopo averla riempita di mobili baroccheggianti e dozzinali (grazie alla vendita della pescheria, unico mezzo di sussistenza della numerosa famiglia) è distante mille miglia dal raffinato design degli ambienti della Casa. Il rumorosissimo aquapark pieno di bambini e donnone seminude è distante mille miglia dalla piscina interna in cui nuotano i protagonisti del reality, belli, bellissimi, statuari e sexy, costantemente impegnati in strani rituali d'accoppiamento. I costumini succinti, i bermuda a vita bassissima, le minigonne inguinali della Casa sono distanti mille miglia dai chili di paillettes, gioielli, orpelli e acconciature esibite nel rione napoletano.
 
Nel complesso un film che non ha pretesa di denuncia sociale, ma proprio per questo riesce a farne. Tiene incollato allo schermo e non sai bene perché ed esci dalla sala in preda a riflessioni sociali e politiche da intellettuale borghese del tipo "Questi mortidifame non usciranno mai dal loro limbo di desolazione, ma forse proprio perché ci sguazzano allegramente". E fingi disperatamente di aver capito il finale, che secondo il mio modesto parere sta lì solo per urlare a gran voce: "Voglio il Gran Premio della Giuriaaaaa!"

Ah, un particolare che farà piacere a chi vive a nord di Frosinone: il film è sottotitolato. Un particolare che farà meno piacere: il film è sottotitolato del tutto a sproposito. Molte espressioni sono "rivedute" tenendo fuori delle figure retoriche che sono il marchio di fabbrica della lingua napoletana e che la rendono barocca e poetica, oltre che a tratti esilarante. Ma, cosa ben più grave, nei dialoghi in cui veniva usato il dialetto più stretto, che non dico se sei di Milano, ma anche se sei di Casoria non capisci gran che, i sottotitoli latitano, lasciando alle poche parole colte nel discorso l'annoso compito di dirimere il senso dell'intera scena (peraltro spesso surreale o delirante)

Concludendo, è stato detto che ormai il fenomeno reality show è tramontato, Canale 5 (Deo gratias) ha sospeso la trasmissione, e quindi il film di Garrone è fuori tempo massimo.
Permettetemi di dissentire.
Il film ritrae una realtà suburbana, subproletaria, subumana, distante 229 chilometri e contemporaneamente agli antipodi di Roma in cui le novità arrivano pigramente. Una sorta di Medioevo mediatico. In altre parole, forse non tutti sanno che noialtri mortidifame di periferia non siamo propriamente al passo con i tempi e notizie, mode, miti, idee, rivoluzioni a noi arrivano con uno o due anni di ritardo e spesso anche un po' stravolte.
Inoltre, credo che Garrone, volontariamente o involontariamente, abbia spiegato il motivo principale per cui l'impero dei reality show è crollato: l'uomo comune non vuole vedere se stesso alla TV. Non vuole vedere persone comuni, operai pelosi, casalinghe cellulitiche, pallide studentesse e timidi baristi. L'uomo medio vuole sognare. Sognare di essere ricco, bello, famoso, palestratissimo/siliconatissima, disinibito. Insieme al biglietto della discoteca in cui il tronista/divetto/grandefratellino di turno fa l'ospitata, acquista il brivido dell'illusione di essere ad un party cool, di quelli a cui solo l'élite è invitata. E Garrone esplora un divario che è attualissimo: quello tra i ricconi e i poveracci, tra la crema e la feccia, tra politici/divi/attori/bonazzi/faccendieri e il signor nessuno.
E forse evidenzia anche il vero problema della società italiana: i secondi non sono disgustati dai primi, tutt'altro: vorrebbero farne parte.
 
 

Giudizio:



 

 

Senza pretesa di voler strafare
io dormo al giorno quattordici ore
anche per questo nel mio rione
godo la fama di fannullone
ma non si sdegni la brava gente
se nella vita non riesco a far niente.

 

 

 

 

 



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